sabato 8 aprile 2017

Dina, Lela e il gatto

Carlo Carrà, L'attesa



Il mio rapporto con Dina iniziò qualche anno fa in modo un poco turbolento: lei venne, armata di bastone, a cacciarmi dal suo terreno in cui io mi trovavo a passeggiare con il cane, ignorando che fosse di sua proprietà (ne scrissi in questo vecchio post Torta morbida al cioccolato e piccolo esperimento scaccia-nemici). Un giorno, incontrandola per caso, mentre passavo davanti alla sua casa, decisi di salutarla e inaspettatamente lei si mostrò cordiale. L'episodio del bastone sembrava dimenticato e ci fermammo a parlare di cani. Dina aveva una passione per i cani neri, per questo guardava sempre con ammirazione il mio. Le piacevano quei bastardoni, rustici e un po' scontrosi che nessuno vuole; selvatici, solitari e arruffati proprio come lei. Da quel giorno nacque una strana amicizia.

A novembre Dina finalmente prese un cane. Una femmina nera come il carbone, con le orecchie aguzze, da lupo. Una simil-lupetta molto vivace, tanto che era fuggita quasi subito tramite un passaggio nella recinzione. Era stata recuperata, ma Dina aveva paura che scappasse di nuovo e un giorno passai di là e vidi la cagnetta che ululava chiusa dentro una gabbia. Mi arrabbiai: perché prendere un cane per tenerlo a catena o addirittura in gabbia?! Temevo che le dicerie che circolavano in paese fossero vere e che la donna fosse un po' matta, come l'unico fratello che si uccise gettandosi in un canale, molti anni fa. Ma Dina non era pazza e mi spiegò che il cane era scappato e che quel giorno aveva dovuto rinchiuderlo perché lei non era in casa, ma che adesso avrebbe fatto montare una recinzione più robusta così Lela, questo era il nome della cagnetta, non sarebbe più fuggita.
Ogni sera, durante la passeggiata prima di cena con la mia cagnolina, passavo davanti alla sua vecchia casa in fondo alla strada. Percepivo l'odore di legna bruciata nell'aria fredda; Dina ha acceso la stufa, mi dicevo. Mi piaceva immaginarla in casa, seduta vicino al fuoco con Lela accanto.

Una mattina di inizio gennaio la vidi aggirarsi tra i banchi del mercato, sembrava assorta, persa. Con i suoi capelli viola melanzana ed il giaccone troppo grande, mi fece tenerezza. Le augurai buon anno ma provai una stretta al cuore: c'era qualcosa che non andava.
 Poi la vidi una domenica, l'ultima del primo mese dell'anno. Fumava una sigaretta nel cortile di casa con il vecchio gatto grigio e bianco accucciato sotto il secchiaio e la Lela che gli saltellava attorno rischiando unghiate sul naso.
Febbraio portò giorni di pioggia scrosciante e la sera dal camino della casa di Dina non usciva più il buon profumo di legna. Passai  di là la prima sera, poi la seconda, la terza: in casa non c'erano segni di vita. Lela, che di solito al calar del buio veniva chiamata in casa, ora stava sempre fuori, anche con la pioggia. Una sera le diedi un paio di crocchette e lei le divorò. Questo cane ha fame, pensai. Mi trovai a passare ogni giorno, più volte, intorno alla casa di Dina: cercavo indizi e vedevo segni che mi piacevano sempre meno. La posta non veniva ritirata da giorni, sull'uscio si accumulavano le foglie portate dal vento umido. Dov'era finita Dina? Nessuno lo sapeva. Intanto portavo da mangiare a Lela; ma un giorno anche lei sparì.
Una notte sognai che Dina, Lela e il gatto erano a casa. Io la salutavo e lei apriva la porta e mi parlava, ma il suo volto rimaneva immerso nell'ombra e io non riuscivo a vederlo.
Due giorni dopo uscii per la solita passeggiata e il mio cuore ebbe un sussulto quando scorsi il viso mascolino e un po' asimmetrico della mia amica stampato su un'epigrafe murale che ne annunciava la morte. Mi fermai a leggere in preda allo sgomento. "Si è spenta serenamente" recitava l'epigrafe; una zia e alcuni cugini gli unici parenti.
Andai al funerale in un ventoso pomeriggio di metà febbraio. La chiesa, fredda e semideserta, ospitava i pochi parenti e conoscenti di quella donna stramba e solitaria. Facce distese e qualche sorriso, saluti cordiali di chi non si vedeva da tempo: nessun dispiacere, di lacrime per Dina nemmeno una. La messa funebre, una recita raffazzonata e distratta, interpretata da un giovane prete annoiato che se ne va in giro sempre ben vestito, lasciando scie di profumo.
Intanto faccio qualche domanda per capire cosa è successo a Dina; ma la sua morte sembra un mistero: nessuno sa nulla. Poi una cugina dice che Dina aveva problemi ai polmoni. Il medico le aveva raccomandato di stare tranquilla ché era una polmonite curabile, invece, quando Dina si era recata in ospedale per una visita, era saltata fuori la verità: aveva un tumore in stato avanzato e non c'erano speranze. Pochi giorni dopo se n'era già andata, senza arrecare troppo fastidio.
E il cane? chiedo. L'ha preso il vicino di casa, mi rispondono. Il vicino, uno dei pochi amici di Dina, tanto che in ospedale ci andava lui e non i parenti perché Dina aveva dato il suo numero di telefono ai medici. Le mostrava le foto di Lela scattate con il cellulare e lei gli aveva chiesto di predersene cura. Così è stato.
Al cimitero, la bara viene calata nella terra. La gente chiacchiera. Io osservo la cassa che scende nella fossa e penso che dentro c'è Dina, la mia strana amica che fino a due settimane prima fumava una sigaretta nel cortile di casa. E penso alla sua casa, alla sua preziosa bicicletta e ai suoi oggetti che adesso verranno toccati e gettati nella spazzatura da parenti che non frequentava. Ma forse no, Dina non è lì dentro. Dina è libera, leggera e magari ci sta osservando divertita... o forse non è più nulla, basta, tutto finito e buonanotte. Chi lo sa?
 Il rito funebre termina mentre il vento è sempre più fastidioso, tutti se ne vanno. Io torno a casa a piedi, immersa nella sottile malinconia di un corto pomeriggio invernale.

Adesso la casa di Dina è chiusa e desolata, sta lì in attesa, forse di essere venduta. E insieme a lei il vecchio gatto grigio e bianco aspetta Dina sui gradini della porta. Il cortile è punteggiato dal bianco macchiato di rosa pallido delle margheritine e  dal giallo sole del fiore di tarassaco.
Ogni sera esco con un sacchetto di crocchette e vado a portarle al mio nuovo amico gatto. Lui mi aspetta dentro il cortile di Dina, alle sette e mezza in punto, e mi saluta con un miagolio rauco e strascicato. Talvolta incontro la Lela a spasso con il suo nuovo padrone, il figlio del vicino, che le ha comprato un giunzaglio con la pettorina rossa. Lela cerca di darsi un tono, ma poi salta e morde tutto con i suoi bianchi denti di giovane lupetta. Per il momento rimane il cane nero, vivace e selvaggio che piaceva a Dina.



G.

8 commenti:

  1. Le persone che muoiono non scompaiono se noi le ricordiamo... peccato che tu non possa aver avuto più tempo per approfondire la conoscenza di Dina.
    La vita è strana e se le vostre strade si sono incrociate,ci deve essere un perché.
    Sono sollevata per la cagnolina,un po'meno per il gatto 😯

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Davvero è stata una strana amicizia, finita così all'improvviso perché lei se n'è andata con un colpo di scena che ha lasciato tutti di stucco. Anche a me dispiace per il micio, l'unico essere che, forse, non l'ha dimenticata.

      Elimina
  2. uhhh che tristezza! Ma perchè nessuno dei parenti (Non parenti) ha pensato al gatto? Per fortuna che ci sei tu!
    un abbraccio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Perché sono appunto "parenti non parenti" e per fortuna che a Lela ci ha pensato il vicino, altrimenti che fine avrebbe fatto?
      A presto, cara.

      Elimina
  3. Giorgia, ho le lacrime agli occhi. La solitudine, l'ignorarsi, la sensibilità degli animali...sono le cose che più temo...ma poi ci sei tu, il ragazzo che si prenderà cura di Lela, il gatto che per ora può stare ancora nella sua vecchia casa. Come passa veloce il tempo e tutto cambia...un abbraccio, Valentina

    RispondiElimina
  4. Carissima Valentina, non avrei voluto rattristarti con il mio racconto, ma purtroppo è successo e volevo scriverlo qui dove ci sono persone belle e sensibili come te che mi leggono e che si commuovono per una storia che non ha nulla di speciale e che agli occhi dei più potrebbe apparire scialba e banale. Io credo, però, che ogni esistenza sia unica e straordinaria. Ogni esistenza meriterebbe di essere raccontata e di diventare una Storia. Questo è il mio omaggio a Dina. Grazie per aver lasciato il tuo bel commento. Ti mando un abbraccio.

    RispondiElimina
  5. Sono tornata!!!
    Un bacio
    Francesca

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono molto felice!!! Ti ho lasciato un saluto sul blog... Ciao!

      Elimina