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martedì 3 ottobre 2023

Diario di campagna di una signora inglese di Edith Holden

Desideravo una copia del "Diario di campagna di una signora inglese" già da qualche anno, tuttavia il libro era andato fuori catalogo e le uniche copie che si trovavano in commercio erano vecchie edizioni usate. A me piacciono i libri usati, ne posseggo parecchi, però questo risultava difficile da trovare. Poi Elliot edizioni lo ha ristampato nel maggio 2023 e quindi ho potuto finalmente acquistare il libro nuovo!

Il Diario di campagna è una raccolta di poesie, proverbi, citazioni, annotazioni personali, osservazioni, sulla flora e la fauna selvatica della campgna in cui l'autrice si recava per le sue passeggiate nelle varie stagioni. Il testo è arricchito da bellissime illustrazioni fatte a matita ed acquerello dipinte dalla stessa scrittrice, la quale era un'insegnante di pittura e un'illustratrice tra fine Ottocento e primi anni del Novecento. Il libro doveva esse da esempio per le allieve dei suoi corsi, non era destinato alla pubblicazione; ma nel 1977, oltre cinquant'anni dopo la morte dell'autrice, una pronipote lo trovò tra le vecchie carte di famiglia, rimase colpita dalla bellezza delle illustrazioni e decise di pubblicarlo. Il libro ebbe un immediato successo e divenne un testo di culto per gli amanti della natura.


 

Io adoro questo genere di libri, li trovo così gradevoli, rilassanti ed ispiranti che non posso fare a meno di sfogliarli e leggerli innumerevoli volte. Mi piace moltissimo la narrazione sottoforma di diario. Quelli che già posseggo e tengo come tesori sono: L'orto di un perdigiorno di Pia Pera, Il sentiero alpino, Le Stagioni di Lucy Maud Montgomery. Questo mese si sono aggiunte due nuove entrate: Foliage-Vagabondare in autunno di Duccio Demetrio, trovato in un angolo per lo scambio gratuito dei libri particamente intonso e oggi è arrivato il Diario di campagna.
 


Edith Holden subì un tragico e misterioso destino. Durante una delle sue passeggiate nella campagna sparì e venne trovata annegata nel fiume in una mattina di marzo. Si pensò che nel tentativo di raggiungere  un ramoscello fiorito per dipingerlo fosse scivolata e caduta in acqua, trovando la morte facendo quello che più amava.


Un caro saluto a chi ancora passa di qua e mi legge.


G.

lunedì 21 maggio 2018

Un mese in campagna di James Lloyd Carr - libri


Ho visto per caso questo piccolo libro sullo scaffale della biblioteca civica. Inizialmente sono stata attratta dal titolo, poi, dalla sinossi, ho appreso che il protagonista di professione faceva il restauratore ed ho deciso di leggerlo senza indugio.  E' uno dei classici racconti in cui non succede nulla ma succede tutto: io adoro le storie così. Terminato stasera, piaciuto un sacco; infatti sono qui a raccontarvelo.

Siamo nel 1920, in Inghilterra. Tom Birkin, reduce della Grande Guerra, traumatizzato nel corpo e nello spirito, cerca di tornare a una vita normale con scarso successo. La moglie lo lascia e Tom, senza denaro e senza più niente da perdere, accetta di restaurare un antico affresco nella chiesa di uno sperduto villaggio immerso nella campagna dello Yorkshire.
L'arrivo non è dei migliori: piove a dirotto, le persone sono scostanti, il parroco si dimostra diffidente e antipatico e come alloggio dovrà accontentarsi di una stanzetta nella cella campanaria. Ma con il passare dei giorni, la prorompente bellezza della campagna estiva e la concentrazione richiesta dal lavoro che deve eseguire, permetteranno a Tom di ritrovare la voglia di vivere. Gli abitanti del villaggio lo coinvolgeranno nelle loro semplici attività - il pranzo della domenica, una festa campestre... - farà amicizia con uno stravagante archeologo che vive in una tenda e si innamorerà della giovane moglie del vicario. Niente di eclatante, quindi, ma per il protagonista si tratta di una rinascita. Cosa c'è di più straordinario?

Ho apprezzato molto come l'autore parla del lavoro di Tom. Il senso di entusiasmo e timore che lo pervade mentre sta da solo sull'impalcatura di fronte all'opera di un pittore sconosciuto vissuto cinque secoli prima, unito all'amara consapevolezza che tutto questo finirà, perchè le cose belle finiscono, sono sensazioni che ho provato tante volte, sensazioni che, sempre, fanno gioire e soffrire, alle quali non ci si abitua mai...

Penso che questo libro parli di una "tregua", una di quelle meravigliose, fugaci stagioni della vita di ognuno di noi in cui tutto è perfetto. Una tregua tra un dolore e l'altro. Sono i momenti in cui sappiamo di essere nel posto giusto al momento giusto e sentiamo il sangue scorrere forte nelle vene, annusiamo avidi i profumi dei campi scaldati dal sole e del temporale d'agosto... magari siamo anche innamorati, corrisposti o meno, che importa? Ci sentiamo vivi.



sabato 29 luglio 2017

La lucina di Antonio Moresco -Libri-



Giovedì ero di passaggio in centro città, dovevo prendere un autobus ma mancava ancora un po' di tempo al suo arrivo, così ho deciso di fare un giro in una grande libreria lì a pochi passi dalla fermata. Non avevo intenzione di comprare, avendo già prenotato dei libri in biblioteca, più che altro cercavo scampo dall'afa all'interno dei locali climatizzati. Invece, dieci minuti dopo, eccomi uscire con La lucina di Antonio Moresco sotto braccio, tutta contenta ed impaziente di salire sull'autobus per mettermi a leggere subito il primo capitolo. 
Questo è uno di quei rari libri che ti chiamano dallo scaffale - chi è lettore forse potrà capire - uno di quelli che se hai dieci euro nel portamonete e devi comprare qualcosa per pranzo, alla fine pensi: beh, mangerò pane, olio e pomodoro (che tra l'altro è buonissimo!) e alla fine ti compri il libro e senti una piccola, frizzante, segreta gioia nel petto.
Mi ha colpito il titolo, così semplice, con questa parola, lucina, che ha qualcosa di antico e fiabesco. Mi ha fatto ricordare un suggestione infantile procurata da un racconto materno: se di notte, dal paese, si guardava verso il buio fitto dei campi si vedeva un'unica luce brillare. Era una casa isolata in mezzo alla campagna e la chiamavano la casetta lucenta.
Nel libro c'è un uomo solitario che vive in un borgo abbandonato sui monti, in una casa di pietra, in mezzo ad una natura lussureggiante e selvaggia che tutto sommerge e fagocita con la sua energia vitale. Ogni sera egli vede accendersi una lucina nell'oscurità del bosco sul crinale di fronte. Ogni sera si chiede chi viva al di là della valle, in un luogo che tutti ritengono disabitato. La lucina diventa per il protagonista una piccola ossessione e la curiosità lo spinge dall'altra parte della montagna alla scoperta del mistero. Cosa troverà? Non ve lo voglio rivelare per non rovinarvi il piacere della lettura se deciderete di leggere il libro.
A me è piaciuto molto perché all'interno ci sono temi che mi sono cari: l'uomo e la natura, la solitudine della montagna, l'eremita, il mistero del confine tra la vita e la morte...
La lucina è una storia enigmatica, misteriosa, triste e intensa, ricca di simboli, che offre molti livelli di lettura. Il finale aperto lascia un po' in sospeso il lettore e probabilmente non soddisfa le aspettative di tutti, ma sta qui la chiave del mistero ed è questo finale che forse rende il libro così conturbante.

G.

martedì 25 ottobre 2016

Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera

"Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo. Non me n'ero accorta. Era una zoppia quasi impercettibile, poco più di una disarmonia del passo, un ritmo sbagliato. A lungo non se ne comprese il motivo.(...) Morire non era più una speculazione intellettuale, stava realmente accadendo. Molto lentamente e prima del previsto. Lasciandomi forse il tempo di scrivere in presa diretta del giardiniere di fronte alla morte." (Pia Pera  Al giardino ancora non l'ho detto ed. Ponte alle Grazie, pag. 17)

Inizia così, dopo una breve premessa sulla scelta del titolo, il flusso di pensieri di cui si compone l'ultimo libro di Pia Pera. Un libro delicatissimo e spietato, nel quale l'autrice ci mette subito di fronte all'ineluttabile.
Non è certo facile parlare di malattia e di morte, soprattutto quando riguarda noi stessi, lei lo fa con coraggio, lucidità, grazia ed eleganza.
Non è, però, una lettura da affrontare a cuor leggero.
Alcuni ne hanno ricavato un senso di serenità, ma per me non è stato così. Anzi, quando Pia racconta il progredire della malattia, gli attacchi d'ansia nelle notti insonni, la perdita dell'uso delle gambe e con essa la dolorosa rinuncia alla propria libertà, ho dovuto interrompere la lettura per concedermi una distrazione. Non è possibile rimanere indifferenti alla narrazione di una malattia così terrificante, la sindrome del motoneurone: lentamente  ma inesorabilmente la capacità di movimento del corpo viene meno, rimangono intatte le facoltà cognitive. Prima un piede, poi la gamba, poi l'altra e poi le mani e le braccia, tutto intervallato da periodi in cui la malattia rallenta dando l'illusione di arrestarsi. Terribile. Così da un anno all'altro Pia non può più occuparsi dell'adorato orto-giardino che ci aveva fatto apprezzare ne L'orto di un perdigiorno. Il confronto tra la donna giovane, vitale e indipendente di allora e quella di adesso è dolorosissimo; lei, che in quel libro immaginava se stessa vecchissima, con il viso sorridente solcato di rughe, impegnata a zappare e potare.
 A preoccuparla è il destino del giardino e soprattutto di Macchia, la sua amata cagnolina. Il libro è dedicato a Nino e Macchia, i suoi cani.

pag. 41

Inizialmente la scrittrice spera in una guarigione e ci racconta con ironia le speranze e le delusioni date dai vari medici e guaritori ciarlatani che interpella. Purtroppo il miglioramento non avverrà mai e nel progredire della malattia Pia pensa all'eutanasia ed è assalita dai ripensamenti, dai dubbi su quello che è stata la sua vita, farà bilanci che condividerà con i lettori con sincerità toccante.
"Non ha senso rimpiangere ora vie non percorse. Tormentarsi immaginando che la vita avrebbe potuto essere più ricca. Avevo questa idea: vivere la pace e la serenità emancipandomi dal volere sempre di più, dal bramare ogni cosa. Era un ideale di frugalità, di opposizione all'avidità dominante. Desideravo un mondo meno lacerato da conflitti, ove si imparasse a sentirsi felici di quanto si ha, assaporarlo, apprezzarlo. Questa continua a sembrarmi un'aspirazione degna. (...) Fortuna che  un poco almeno ho avuto la disciplina di meditare, fortuna che un poco almeno sono andata contro la corrente: perché così, pur nella tempesta, pur nel collasso delle energie, non è escluso possa trovare un punto, non importa quanto minuscolo, di appoggio." (pp. 201-202)
E quando infine si ridurrà sulla sedia a rotelle, vedendo svanire per sempre la sua autonomia che tanto aveva ricercato nel corso di tutta la vita, riuscirà a mantenere comunque la sua libertà interiore, troverà un punto d'appoggio nella poesia, nella letteratura e nella muta contemplazione del suo giardino, amico fidato,  da sempre rifugio magico ricco di vitalità segreta.

È un libro che fa male e bene leggere. Avrei preferito non fosse stato scritto, avrei preferito continuare ad immaginare Pia e Macchia insieme, felici nel giardino. Ma sono contenta di averlo letto, perché è un libro ricco di pensieri sinceri e profondi, preziosi.

Pia e Macchia nel giardino

"Ringrazio, prima di addormentarmi, della vita che ho avuto, io che venivo dal nulla."
                                                                                                                                                          (p. 193)

giovedì 20 ottobre 2016

Colori di ottobre, fantasticherie e riflessioni sulle amicizie finite




Anche oggi la giornata è grigia. Un pioggerellina intermittente scende dal cielo ad inumidire la terra e a far marcire le foglie morte che già hanno cominciato a staccarsi dai rami.
Ma, nonostante il grigiore, in questi giorni l'autunno inizia a sfoggiare la sua livrea colorata, perciò mi piace portare la macchina fotografica quando esco, anche solo per fare delle banali commissioni, e fotografare qualche scorcio di natura, magari celato da un vecchio cancello, qui in città.




Mi accorgo che sto perdendo gli amici per strada.
Se dieci anni fa condividevamo tante cose, oggi abbiamo idee diverse su tutto o quasi. E io li sopporto a  fatica.
Come mai? Sono io ad essere cambiata, sono io che sto facendo emergere piano piano la vera me stessa. Ma anche la vita che ho scelto è differente dalla quella che hanno scelto loro: niente matrimonio, niente figli, niente lavoro stabile, niente eterno cordone ombelicale con i genitori sgancia-soldi; così è naturale che si arrivi a non avere più nulla da dirsi. Forse finirò a vivere come un'eremita nei boschi, e a ben guardare, questa era una mia antica aspirazione di bambina. La casetta di legno nel bosco.


Alle scuole elementari facevamo un'attività che si chiamava psicomotricità. Era la maestra Franca, carina e gentile, la ricordo ancora,  a condurre questo corso che si teneva un giorno la settimana, e a me piaceva molto perché, al contrario dell'educazione fisica (che odiavo) qui non c'erano giochi di squadra che potessero scatenare la competizione o definire chi fosse il più bravo a fare un esercizio; no, qui si lasciava correre la fantasia e si poteva sognare. Una volta la maestra Franca spense le luci e ci disse di chiudere gli occhi e immaginare di essere in un luogo dove stavamo bene. Nella mia mente prese forma l'immagine di una piccola casa fatta di legno, solitaria presenza in un bosco, di notte. Mi vedevo in una deliziosa cameretta, con un letto accogliente e sul comodino una candela accesa in una bugia di ceramica celeste. Non so capirne il motivo, ma questa rêverie mi diede un piacere immenso, a distanza di molti anni lo ricordo ancora.



Tornando alle amicizie,  ho l'impressione che non sia del tutto colpa mia: qualcuno di questi amici si è rincitrullito a forza di postare ridicole foto di se stesso su facebook e di fare shopping la domenica, nei centri commerciali.

Ho messo qualche pianta fiorita resistente al freddo sul terrazzo. È bello affacciarsi e vedere i colori, anche d'inverno.




Mi sono arrivati ieri, tramite corriere, due libri di Pia Pera. Ho iniziato la lettura de Al giardino ancora non l'ho detto, con un certo magone. Mi sta piacendo molto. Quando l'avrò terminato ne scriverò sul blog, per voi.



Per oggi è tutto, un caro saluto!

G.



giovedì 13 ottobre 2016

L'orto di un perdigiorno di Pia Pera

Ho terminato ieri sera di leggere L'orto di un perdigiorno - Confessioni di un apprendista ortolano.
L'ho  cercato nelle librerie, ma risultava introvabile e quindi l'ho preso in prestito dalla biblioteca. So che era in programma una ristampa e credo che infine lo acquisterò, perchè è uno di quei libri che mi piace leggere e rileggere, nel tempo.

Pia Pera, l'autrice, è scomparsa prematuramente nel luglio di quest'anno, ed è struggente sapere che la sua vita terrena si è conclusa proprio nel giardino di cui ne L'orto di un perdigiorno ci racconta la genesi.
Non ho potuto cancellare questo pensiero durante tutta la lettura del testo; non ho potuto evitare che un velo di malinconia e sgomento cadesse sulla lettura di un'opera che è stata scritta per infondere serenità. Già, perchè è questa la sensazione principale che mi è rimasta, alla fine.

Pia è una traduttrice, giornalista e docente universitaria, vive in città e corre tra una conferenza e l'altra, quando prende la decisione di tasferirsi definitivamente in un podere disabitato che ha ereditato, nella campagna lucchese. Ispirata dalle idee di un botanico-filosofo giapponese, Masanobu Fukuoka, vuole riportare in vita l'orto-frutteto-giardino che circonda la casa, abbandonato da anni, applicando i principi dell'agricoltura naturale e del non fare, teorizzati da Fukuoka. Scoprirà, con fatica, che non è semplice come sembra.
L'orto di un perdigiorno  non è un romanzo, non è un manuale di giardinaggio, è invece una sorta di diario che copre lo spazio temporale di un anno, da un autunno all'altro, in cui Pia ci racconta i suoi tentativi, spesso fallimentari, di coltivare; le sue scoperte, le sue riflessioni, che spesso esulano dall'argomento orto-giardino per approdare a considerazioni filosofiche sull'esistenza e sui libri che hanno influenzato la sua vita. È un'opera particolare, di cui mi sono innamorata.
Pia racconta in maniera mirabile le sue escursioni sul monte Pisano, alla ricerca di piante spontanee, in compagnia del cane Nino. Le brevi descrizioni dell'arrivo di un temporale venuto a interrompere l'afa estiva o del calare della sera sul giardino sono di una bellezza straordinaria, e sono le parti che mi hanno emozionata di più. Da tutto il testo traspare il grande amore che la scrittrice nutriva per il luogo che aveva scelto di salvare dall'oblio del tempo.

Pia Pera con Nino (Karmapress Photo)

Alla fine l'autrice riesce a coltivare le sue piante e a nutrirsi con i loro frutti per tutto l'anno; ammette di non essere riuscita quasi per niente ad applicare i principi di Fukuoka, che aveva tanto studiato. Desiderava una guida e durante il suo apprendistato come ortolana ne aveva avute più di una, ma il suo vero maestro si è rivelato lo stesso orto-giardino. Pia impara dalla natura e grazie allo stretto contatto con la terra,  scopre una felicità nuova, autentica, mai provata prima.

Questo libro mi ha ispirato molto e contribuisce a farmi sperare in un mio futuro cambiamento di vita.


Grazie Pia.





domenica 25 settembre 2016

Il faticoso sentiero della virtù




L'autunno è una stagione che mi mette le ali.
La luce in queste giornate ha una bellezza incantevole e la temperatura per me è perfetta, mi fa venir voglia di andarmene in giro per la città.

L'autunno è il periodo dei sogni, del prendere le cose buone che si hanno, senza lamentarsi.
La natura ha terminato il suo ciclo produttivo e si appresta a lasciar andare quello che non serve più, preparandosi alle lunghe notti invernali. Sarebbe bello poter fare così anche per noi esseri umani. Io voglio farlo.



La mia consapevolezza di poter fare a meno delle cose inutili e superflue, che agli altri sembrano così indispensabili, aumenta di giorno in giorno. Mi sento come se stessi sfrondando una pianta: taglia, taglia senza pietà anche i rami più rigogliosi per lasciare solo quelli che in primavera daranno i fiori e poi i frutti. Mi vengono facili queste metafore botaniche perché mercoledì ho iniziato a leggere L'orto di un perdigiorno, il mitico libro di Pia Pera, la scrittrice morta purtroppo nell'estate di quest'anno, dopo una lunga malattia. Il libro è una specie di diario, una cronaca in cui Pia racconta la sua esperienza di apprendista giardiniere-ortolano nel podere abbandonato che ha deciso di ristrutturare e dove si è trasferita. È un racconto fatto di cose semplici, di stagioni che scandiscono la vita della campagna e anche quella dell'autrice che si deve adeguare ad esse.
"Sono seduta sull'amaca sospesa al trave della tettoia. Mi godo la pioggia obliqua di novembre. Sbuccio una melagrana. I chicchi si staccano rosso rubino e aciduli dagli alveoli biancastri. Il nespolo di Germania è picchettato di frutti bronzei. Giacca e cappello d'incerata, stivali di gomma, davanti a me foglie fattesi luce. È la felicità."


 Sto proseguendo con la scrittura del mio libro, non le storie per bambini, l'altro, quello "serio". Tra qualche pagina entrerà in scena un vecchio giardino, ecco perché sto leggendo e visitando giardini.
Ieri ho messo in atto una delle mie piccole fughe solitarie e gioiose che mi piace tanto fare. Non serve molto: bastano una mezza giornata libera, scarpe comode, biglietto dell'autobus, zainetto con all'interno penna e quaderno per fissare le idee e, possibilmente, una meta.
All'andata sosta per un delizioso caffè.
Vi assicuro che è bellissimo.
Quindi ieri sono andata al giardino Giusti. È uno di quei luoghi storici della città, in cui vanno gli sposi per le foto ricordo del matrimonio. Lo si sente nominare fin da bambini e sembra così scontato  che si crede di conoscerlo benissimo, anche se in realtà non ci si è mai stati. Io c'ero stata, da piccola con i miei genitori, ma non ricordo nulla di quella visita e così ho approfittato della bellissima giornata di sole, per tornarci.



Al giardino si accede attraverso palazzo Giusti, situato in una via abbastanza trafficata in una zona antica e suggestiva della città. Quando si varca il portone non ci si immagina che tra pochi passi ci si ritroverà, quasi per incanto, nel giardino dell'Eden.



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L'enorme parco è diviso in tre registri, secondo l'idea del committente che nel Cinquecento volle dare al visitatore la possibilità di intraprendere una specie di percorso filosofico, un viaggio nella crescita personale. Si parte dal registro inferiore, pianeggiante e razionale, in cui si passeggia tra le volute armoniose e simmetriche tipiche del giardino all'italiana.




Si sale, attraverso stradicciole che si fanno via via sempre più ripide e ombrose. Si lascia così la bellezza apollinea per addentrarsi nei misteriosi e imprevedibili sentieri dionisiaci. Infatti quasi subito una grande statua di Dioniso-Bacco ci consiglia  di proseguire nel cammino, senza paura, per arrivare alla sommità del giardino in cui, dopo inquietudini e difficoltà, troveremo il tempietto della virtù (oggi purtroppo non più esistente).


Un tempo, nel percorrere la salita al tempietto, il visitatore incontrava la grotta dell'eco e la grotta degli specchi, espedienti inseriti dal committente per provocare un senso di smarrimento e inquietudine. Nel corso della Seconda guerra mondiale il giardino e il palazzo subirono molte devastazioni  tra cui la distruzione di statue e di alberi secolari, anche le grotte furono danneggiate e rimangono ancora oggi inaccessibili al pubblico

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Alla fine del registro intermedio ci si trova all'ingresso di una svettante, misteriosa torretta; si deve percorrere la ripida scala a chiocciola per giungere alla sommità del giardino. Il viaggio filosofico è finito, siamo arrivati alla virtù e da qui si gode un meraviglioso panorama della città.
Io ieri ci sono arrivata alle sei di sera, la luce del tramonto di settembre rendeva tutto simile a un sogno e il suono delle campane, proveniente dalle numerose antiche chiese della città, dava al paesaggio una nota di dolce malinconia.



Qui il visitatore può sedersi con un libro oppure godersi semplicemente il paesaggio, avvolto dai profumi delle numerose piante officinali.
 Io non avevo più molto tempo a disposizione: dovevo uscire dal giardino e attraversare mezza città per arrivare alla fermata del mio autobus velocemente. Così ho rifatto il percorso al contrario, sostando per qualche foto ancora e poi sono andata via.


Tra i numerosi reperti di epoca romana conservati nel giardino, è interessante fermarsi ad osservare una piccola lapide con iscrizione latina che ricorda una bambina morta a soli cinque anni, nel I secolo d.C.; la scritta ci fa sapere che questo manufatto di pietra, giunto fino a noi attraverso i secoli, fu commissionato dai nonni della piccola.


La piccola fuga gioiosa è terminata, cari amici, ma il nostro viaggio alla ricerca della virtù non si ferma...
E voi? Quali sono le vostre fughe? E quali le virtù che state cercando?
Un saluto a tutti!


mercoledì 13 aprile 2016

Essenza intangibile

Felice Casorati, Ritratto di Cesarina Gualino, 1922

Oggi voglio condividere con voi un piccolo spunto di riflessione tratto dal romanzo Un cuore arido, pubblicato nel 1961 da Carlo Cassola, uno scrittore da me scoperto circa una decina d'anni fa proprio grazie al libro citato che trovai casualmente nella cesta delle offerte, tutto a 5 euro, di un centro commerciale. Uno scrittore introverso e schivo, limpido, semplice, mai banale. Mi piace molto.

Un cuore arido mi è capitato tra le mani ieri sera, mentre cercavo un altro romanzo nella mia libreria, e mi è venuta voglia di rileggerlo. Ho sfogliato le pagine, ritrovandoci all'interno un bocciolo di rosa seccato e queste parole in uno dei capitoli finali:
"Niente, niente avrebbe potuto sconvolgere la sua vita... perché la vita, l'essenza vera della vita, era qualcosa d'intangibile. Niente poteva intaccarla: e i fatti, quei fatti di cui si parla tanto, e in cui sembra che consista la vita di una persona, erano in realtà senza importanza, senza significato." (Carlo Cassola, Un cuore arido, ed. Bur-la scala)
Quest'essenza della vita è qualcosa di indefinibile, sfuggente, misterioso. Qualcosa che appare nei momenti di vita quotidiana nei quali non ci aspettiamo che appaia: mentre passeggiamo in una pineta, mentre spalanchiamo la finestra su un cielo estivo una mattina, mentre beviamo il caffè... E' quella cosa che ci fa andare avanti, nonostante tutto.

E' un tema che mi affascina da quando ho sentito, forse per la prima volta, la presenza di quest'essenza intangibile dentro di me. Prima non ci avevo mai badato, non la sentivo, presa com'ero dai quei fatti in cui sembra che consista la vita di una persona. Ma un pomeriggio di luglio di ormai quattro anni fa, mentre ero sola e sembrava che la mia intera vita fosse andata a roltoli, camminando svogliatamente in un parco, la percepii.
Ricordo ancora la luce di quella giornata estiva che stava volgendo al termine, ricordo il senso di sollievo e di leggera euforia che provai quando mi salì nella mente il pensiero che, nonostante le delusioni, i lutti, le difficoltà, la mia essenza era intatta, fresca e cristallina come l'acqua di un torrente di montagna...  Ce l'avrei fatta. E' stata un specie di magia. Da quella sera, che ci crediate o no, molte cose sono cambiate, in meglio.


In quel periodo ascoltavo spesso questa bella canzone di Lucio Dalla e Gianni Morandi, Vita.
"Vita in te ci credo,
le nebbie si diradano...
Non è stato facile...

Vita io ti vedo,
tu così purissima... "




Un abbraccio!


G.